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L'artista gradese

Cividale del Friuli dal 9 marzo al 28 aprile

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Ultimo aggiornamento Martedì 26 Febbraio 2013 22:21

Dino Facchinetti

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SULLA ROTTA DEL BARCO
L’ARTE DELLA LUCE E DELLE FORME
di Franco Loi
Quando penso al tempo, non me ne viene nostalgia per ciò che è scomparso, che pure mi inquieta e mi da comunque l’impressione di aver perduto tanta parte di me - forse non “la miglior parte”, ma la più incosciente e gioiosa - e appunto la concretezza di quell’armonia che le cose e gli uomini mi suggerivano, o suggerivano fin dall'infanzia alla cecità e alla speranza - ed ecco, proprio la parola infanzia rievoca in me una pienezza di me, una colma adesione al vivere che farà capire anche di più che il passato mi riporta il dolore di ciò che non sono riuscito ad essere e di ciò che non ho fatto. Cosi il tempo nel ripropormi gli incontri e le persone scomparsi sommuove un rammarico del poco amore e la nostalgia delle occasioni perdute.
E quanto tempo sembra passato da quando ho conosciuto Biagio Marin, e non sono riuscito a stare con lui quanto avrei voluto e dovuto. E sopravviene una punta di rimorso per una lettera che non gli ho mandato, e persino per le critiche che non gli ho fatto. Dunque siamo inferiori a noi stessi, e quindi al tempo.
2. E potrà sembrare strano, se non fuori posto, che io inizi queste mie annotazioni, che vogliono essere più  un diario, un narrare, che non uno scritto d'arte, e tantomeno una pretesa critica, con una riflessione del tutto personale e legata alla memoria di un poeta.
Ma fu Dino Facchinetti a farmi conoscere Biagio Marin, ed è Dino a propormi ora di ripercorrere un tempo, che anche tra noi è trascorso e anche a noi ripropone, con le tante immagini e i diversi momenti del vivere, la nostalgia di noi a noi stessi. E il suo modo di risvegliare la mia memoria non è solo con l'invito a scrivere, ma anche a guardare, a indagare le sue incisioni, i disegni, la sua arte. Perché noi vediamo ora qui pescatori, barche, crostacei, pesci, volti e case di Grado, ma non possiamo guardarli come semplici simboli o oggetti dell'arte: sono cose e persone nostre, momenti delle nostre emozioni, pezzi di vita, vicende, paesaggi, ricchezze del nostro quotidiano trascorrere tra le cose e gli uomini.
3. Così, l'inquietudine di me e dei miei brevi rimorsi, e il ricordo di un caro poeta come Marin, mi fanno entrare di più tra queste immagini. E, più rivado con la memoria, più riporto quel passato al presente, e più mi pare di riconoscere qualcosa di queste figurazioni dell'arte. Vorrei anche che questo mio scrivere potesse riunire, a contraltare degli astuti dei, gli ingenui fratelli che si sono accompagnati nella fatica del vivere o nella ricerca del vero, quanti, poeti, artisti o pescatori o altri umili uomini e coraggiose donne, hanno vissuto la consueta vicenda dell'operare e del sognare.
4. La prima volta che incontrai Dino fu a Milano. Nel farci accomodare a tavola in una trattoria di via Solferino, Giancarlo Vigorelli disse sbrigativamente: “Tu siediti qui, tra me e quel pittore, che è un bravo amico di Biagio Marin”. A me la presenza di “quel pittore” diede subito un senso di solida positività. Come si dice, “mi trovavo bene”. Non mi pare di ricordare cosa mangiammo, né, con precisione, di cosa discorremmo - Marin, pittura, poesia, ecc. - ma ho impressa l'immagine dell'angolo di una saletta in cui ci eravamo raccolti, del tavolo, di noi attorno che diciamo e ascoltiamo, mentre Vigorelli generosamente racconta aneddoti su Rossellini, la Magnani, Gadda, Kruscev, Ciu-en-lai, i tanti interlocutori della sua vita di grande zingaro della letteratura.
Quante volte a Grado, nel magico ristorante di Toni o nella trattoria di Renzo, ci siamo ritrovati ancora, tra noi, o con altri, amici, persone care, a riprendere il rito conviviale, a compiere insieme l’antica cerimonia dell'amicizia e del cibo. Mi meraviglia sempre che gli artisti italiani d’oggi, come tutti gli italiani cosi proclivi alla tavola e alla tradizione del mangiare assieme, non siano invogliati a tentare nell'arte questo tema.
5. Ed è proprio il cibo a richiamarmi l’arte. Ciò che mi sembra essenziale nell'operare di Facchinetti è la capacita di evocazione chiusa nel corpo di un'immagine. Io, che sono un avido consumatore di pesce, in particolare di crostacei e molluschi, mi soffermo su queste granseole, capelonghe, caparossuli, bisati, e non mi sembrano nature morte - come quando si legge una poesia, e, non le parole e i loro evidenti significati, ma i ritmi e i silenzi attraggono, ad altro e suggeriscono associazioni vicine e lontane, producono fantasmi.
Così, ricordo non solo i piatti e i bicchieri, e le bottiglie di pinot, souvignon, malvasia attorno alle vivande, ma le facce, i volti, e le mie solari giornate tra i casoni della laguna o nelle ospitali case di Grado.
Come la volta che, i piedi nel fango e tra le sabbie stagnanti, dietro Anfora, cercavamo caparossuli spiando i due fori nella sabbia tra i tanti buchi di vermi e ragni d'acqua, e, improvviso, un frullo mi ha fatto voltare e, in uno spruzzo d'aria e gocce d'acqua e di luce, un cefalo s’inarcava nell'aria, rituffandosi e saltando allegramente in una pozza di mare. “Giocano sempre” mi ha detto Dino, mentre io guardavo l’ombra del cefalo che ormai sotto il filo dell’acqua filava silenzioso.
O la volta che, sotto il sole da più di un’ora, stanchi per il camminare a mezza gamba nell'acqua, arsi dalla calura e con la schiena a pezzi - naturalmente più io che non il mio infaticabile compagno - vedemmo, al riverbero del sole al tramonto, l'ala di un corcal sfiorare l'acqua verso Sant'Andrea, in un grido disperato, e subito dopo parve cadere l'ombra della sera. Com’era larga l'ala nel quieto dell'aria e come umano quel grido!
Anche qui vediamo un gabbiano e cogliamo tutta l'ampiezza del cielo e l'ombra del tramonto nella sapiente maieutica dell'incisione, nell'ariosa luminosità del segno.
6. Un giorno, poco lontano dalle bianche pietre del Duomo di Grado, ci siamo ritrovati a bere prosecco con Renzo Sanson, e a parlare delle eterne cose di cui parlano gli uomini attorno a un bicchiere di vino, colti dalla semplicità dell'aria, dall'inatteso soffermarsi del tempo, dalla, sempre in agguato ma quasi mai soddisfatta, pigrizia del corpo. Si parlava e ci sfuggiva la percezione del luogo e dell'ora - e mi vergogno un po' di questa frase letteraria, già detta da qualcuno in qualche libro o luogo, anche se non so come dire quel ristare nel tempo senz'altra coscienza che quella del benessere del corpo e del respirare - e si conversava di tante cose diverse come seguendo l'andamento di un verso, i suoni delle parole. Non so chi di noi disse che la scultura e l'incisione sono due modi a cui Dino non poteva sottrarsi. Perché in lui, nel suo stesso corpo, si realizza la fatica del continuo rapporto con la natura, la grave discordanza tra quella che qualcuno ha detto "la leggerezza dell'essere" e la dura opposizione dei corpi, perché tutte le forme si confrontano ed entrano in rapporto attraverso l'attrito, e la possanza di Dino non poteva non forzare l'abbraccio con le cose e 1'esercizio del segno. Non è un caso che pietra e rami e zinco siano più affini alla sua difficile maestria. Appunto la difficoltà e gli spessori delle materie attraggono l'artista. E in questa sua ampiezza di gesto e di accoglimento, se guardiamo all'incisione, ma persino alla pittura e al disegno, ritroviamo sempre la scultura, si ha l'impressione di una totalità che congloba il piano e allude alle tre dimensioni. E ne venne quel giorno di ozio e di leggere parole nel vento anche la percezione di uno sforzo sempre troppo grande rispetto all'impossibilità, non solo di afferrare il reale, che eternamente si allontana appena trascorso e che nell'istante stesso non è nulla più che un'emozione in noi, ma anche di condurre alla presenza scultorea i mezzi della pittura e del disegno. Eppure è proprio questo il fascino del lavoro di Dino: proporre un'immagine che evoca un corpo, e invitare l'osservatore quasi all’uso piuttosto che alla pura visitazione estetica. Le sue incisioni sembrano sempre strappare un corpo al luogo, alla memoria, al tempo per porlo davanti a noi, piuttosto che disegnarlo o imprimerlo sulla superficie di una lastra.
7. Eppure c'è tanta emozione e tanta delicata sensibilità della materia, tanta minuta osservazione dei particolari e precisione di riferimenti, quella delicatezza di sentire e quella riservata emozione di sé  e del mondo che a me rammemorano un altro pomeriggio in laguna, sulla batela che Dino fa scivolare con sapienza tra le acque.
“Oggi non andiamo subito in Anfora...”. E’ per me una gioia lasciarmi cullare dalle onde, stare sdraiato a prua, tra gli spruzzi, la spinta del sole, la brezza che passa sul corpo accaldato, mentre leggero il motore - è cura di Dino tenerlo sempre basso, il meno possibile offensivo all'acqua e alle coste - ronza appena lungo i tapi e i casoni silenti - quante poesie di Marin, quale pulviscolo di fiori, di cinerini colori alla superficie dell'acqua - e così mi lascio portare in canale, tra i corcai coccoli sui pali di direzione, sui cartelli Venezia - Trieste, le barche che passano verso l'interno o verso il mare, spesso estranee, coi loro rumori e le schiume, alla quiete di quelle rive. So che al timone c'è un corpo saldo, che sembra una polena e non si sa mai se sia fatto di sale, aria e sole, o soltanto acqua come tutti gli uomini.
Perché ne parlo? Perché anche di questo è fatta l'arte di Facchinetti, di questa dimestichezza quotidiana con le sue immagini, con i corpi delle sue scultoree presenze, e perché mi piace unire la mia memoria alla sua, le mie alle sue immagini.
Dunque si andava... Anzi, lui “faceva andare”, se mi si passa per ironia la parafrasi dantesca. E, di colpo, non sento più il motore, ma vaghi fruscii e silenzi, quei sciacquii gremiti di brevi leggeri suoni della vita, e che mai ascoltiamo né recepiamo nella distrazione d'ogni giorno, quei silenzi che fan parere la barca ferma e lontani gli orizzonti. “Ascolta”: è un soffio, un respiro lento e continuo, un ritmo di acqua e di brezza: “è la terra, la riva che respira l'acqua”. Lo sento ancora dentro quel fiato della terra, e, altrettanto inatteso e subitaneo, il volo di un airone grigio nell'ampio cielo verso Marano.
8. Fu appunto di ritorno da Anfora, quella sera, o forse un'altra, ci andammo diverse volte, che Dino fece fermare la batela sulla spiaggiona abbandonata in Pampagnola verso il Belvedere. Mezza affondata nell'acqua, la chiglia di una grossa barca, 1'emergere di una carcassa ossea, tra le cui travature si vedeva il cielo e sui cui legni marci stavano, come disegnati o scolpiti, gli attenti gabbiani. Attorno a quel relitto - il brivido della parola relitto mi rammenta appunto, il corpo sfatto di un grosso pachiderma o di un veliero antico, e subito si pensa alle vite animali, ai marinai, alla vita insomma che, come pure la nostra, animava quel corpo e prorompeva energie e suoni e voci - una landa deserta di mota e di acque, brulicante di pesci, valve, conchiglie, crostacei, lombrichi e schie, peoci e arselle, e gazze, e passeri e piccoli corcai saltellanti. Ci girammo attorno a quella chiglia possente e immota - chissà quante volte Dino ci avrà camminato sopra o attorno - e lui m'invitò a guardare. E, non ricordo se allora o qualche altra volta, o forse ogni volta, mi nominò suo nonno.
9. Il nonno di Facchinetti è un mito. Appunto come quella grande barca, una presenza costante. Quando osservate i pescatori dei suoi quadri o delle incisioni o sculture dovreste, come una preghiera, volgere il pensiero al vecchio patriarca. Ne ho sentito parlare tanto che non faccio fatica a vederlo, seduto sulla sua o su quella grande barca, insieme ai figli, fratelli, tutti pescatori - e quando si dice la parola “pescatori” non si pensi ai cacciatori di pesce o agli odierni procacciatori di mercato: il pescatore è un fratello della natura, un amico delle acque e dei pesci, un solitario poeta, e come tutte le creature della terra soltanto per fame sceglie la cattura del pesce, sapendo di compiere un rito e di rispettare le leggi della vita e della morte, della sopravvivenza. Il nonno di Dino, come tutti gli uomini che esercitano l'intelligenza e 1'emozione nei mestieri, era saggio e dava cultura al paese.
Quando parla di suo nonno, il pittore diventa serio e silenzioso - la parola si fa rada e sembra che l'artista sia più intento a rimeditare che a dire. “Mio nonno parlava poco”, “Aveva gli occhi buoni...”, “Sapeva governare ogni barca...”, “Per un rimprovero, bastava uno sguardo ...”, “Quando dissi che volevo dipingere e i miei non volevano, sta bon” disse, “ci penso io ...” “Fu così che continuai l'arte …”  Al tempo della necessità, della povertà e del lavoro, appartiene la figura che l'artista fa rivivere nella mia coscienza. Anche i volti che ora sta cercando di rievocare sulla lastra o sulla pietra sono nati nell'amore per il vecchio pescatore, e sono volti che per Dino fanno tutt'uno con la pietra di Grado, e le sue acque, i suoi pesci, gli uccelli che portano ovunque il grido di antiche presenze.
10. Ebbene se osservate con attenzione queste barche investite dall'acqua e dal vento, non per sola suggestione retorica, ma per naturale completamento d'immagine si possono rievocare gli uomini che un giorno vi lavorarono e le innumerevoli ascendenze di un artista che dell'arte e del faticare in laguna fa una ragione di vita.
E qui vorrei accennare allo stile di questi lavori. Ho già detto della scultura. Ma vorrei dire della luce e dei segni. Non c'è mai paesaggio dietro le figurazioni di Facchinetti - qualche volta reti. Perché il paesaggio è dentro l'immagine, nell'apparire stesso delle cose e delle persone che appartengono a quel presagio, e in cui stanno come espressioni, fatte e distrutte o costruite da quel mondo. I segni son perciò forti e tali da dare spessori, e le luci sono dentro le materie, più un loro respiro che un alone o una gradazione di toni. Se si vuole cercare dei riferimenti d'arte, si guardi alla tradizione friulana, antica e contemporanea. Una grezza decisione del gesto, a evidenziare la potenza dell'apparire delle cose - oltre quel naturale antropoformismo che fa riversare l'indole e l'immagine dell'autore sull'opera - e poi il porsi perentorio degli uomini, 1'evidenza del loro ruolo rispetto alla natura. Inoltre una quasi archeologica coscienza della luce.
Facchinetti sa che “la luce risplende nelle tenebre” e oggi lo sa anche la scienza sperimentale, se pensiamo agli elettroni e ai quanta di luce. Si capovolge un modo di guardare alla realtà e alla natura della luce. Dal barocco e dalla tradizione manierista per cui la luce cadeva dal di fuori sulle cose - il paradigma era la luce del sole - l'uomo d'oggi non può non prendere atto delle più antiche intuizioni: la materia non è che forma e la luce vi è racchiusa dentro. Certo, sappiamo anche della pioggia astrale, ma conosciamo i fotoni di luce. E' una strada aperta all'arte contemporanea, di cui gli artisti non hanno forse coscienza, ma di cui alcuni sperimentano già la realtà formale. Ricordo che in occasione di una grande mostra a Firenze dello straordinario pittore praghese Mikulas Rachlik, fu proprio lui a parlarmi per la prima volta della luminosità intrinseca dei colori e delle materie e dello sforzo di agevolare 1'espressione della luce in un quadro.
11. E un nostro comune, grande amico, Eugenio Tomiolo, ci ha più volte parlato della “forma formante” e della “luce che crea luce”. La sua ricerca costante ha attraversato il Novecento e l'ha indotto, lui, veneziano e pittore per natura e per voce, alla poesia, al mistero della parola.
Qualche anno fa, con Tomiolo siamo andati in barca verso Anfora, e a me scappò detto: “E' difficile cogliere la luce sotto questa luce”. Ma lui replicò: “Anzi, è un invito, quello del sole e del giorno, a cercare la luce che si sprigiona dagli esseri ... Si, anche la luce nasconde la luce ma ne offre la possibilità ...” Ebbene Facchinetti incastona i suoi oggetti, siano pesci, barche, case, in uno spazio vuoto i cui segni sollecitano la luce. Non inganni la corporeità delle figure: 1'evidenza delle forme è necessaria, è il sacro vincolo delle cose. Ancora Tomiolo, anni fa, osservò: “La mela di Cezanne è un gioco intellettuale. Non è vero che una mela sia un cerchio. Bisogna provarsi a raggiungere la forma di una mela, non una circonferenza o una macchia di rosso. Il difficile è fare una mela, ed è un dovere e un bisogno per un artista immergersi in questa difficoltà”. E in un'altra circostanza aggiunse: “Bisogna rispettare le forme e agevolare la loro espressività. Non 1'espressionismo, non la deformazione, ma il loro messaggio di luce e la loro apparenza, che si chiama rivelazione”.
Le incisioni e le sculture di Facchinetti tentano questa strada. Non giudichiamo solo dai risultati. Una ricerca è sempre benedetta dagli errori e il lavoro dalla modestia dei risultati rispetto alla superbia degli intenti. Qui abbiamo già alcuni straordinari esempi di quanto cerco di delineare. Interessante è l'orientamento.
12. Mi accorgo che spesso ritorna Anfora in questi racconti attorno all'arte di un Pittore. Quell'antica isola all'estremità occidentale della laguna di Grado ha per me un fascino particolare. E credo che anche per l'arte di Dino sia un luogo importante, come se la Grado scomparsa, l'amata isola dei pescatori e delle case di pietra, ormai divenuta città e unita alla terra, rivivesse in quella povertà e in quel suo naturale lambire il mare con le erbe, gli alberi, le sabbie, le strisce paludose, a riproporre la solitudine dell'uomo e le quotidiane fatiche.
C'è qualche rettangolo di casa - una era una scuola negli anni '30 - e in una di queste basse costruzioni un maestro pescatore e la sua famiglia preparano pesce e somministrano vino di laguna ai rari villeggianti che d'estate approdano all'isola. Piero, la Nina, Mauro, Lidia, i ragazzi sono gli ospitali feaci di questo luogo che, non Ogigia, Itaca o la scogliosa Ea rammentano, ma certo i sapori e la luce dell'Adriatico e gli umori benefici di una terra doviziosa e dolce come la friulana. Bisogna sentirlo, almeno una volta, Piero raccontare della sua vita e delle sue esperienze di pesca, dei suoi dialoghi con il mare, per capire quanto, insieme alla memoria del grande nonno, tutte le forme che ammiriamo nell'arte di Facchinetti siano alimentate da conoscenze di lavoro e di vita, dalle piccole misteriose storie della laguna, dalle albe passate tra le acque, le passere accolte tra le mani, i cefali indovinati alle rive dei tapi, i bisati avvolti nelle reti, e i gabbiani, i corcai delle poesie di Noventa e di Marin, che come nella vita e nelle poesie di Ligio Zanini, parlano con gli uomini e indicano i punti del navigare e le minacce delle nuvole, e poi queste forme ci parlano di cura delle barche, del rispetto verso gli animali, di sapienze nei mestieri nautici, di reperti fossili e di volti umani scolpiti nell'aria e nella luce. Anfora non è dunque invano tra queste pagine. Ne è, anzi, la matrice nascosta, il teatro delle forme cui noi siamo introdotti dall'arte.
13. Prendiamo dunque i piatti di sarde o di canoce.
La pittura e l'incisione italiana hanno spesso affrontato questa immagine. Ricordo ancora Tomiolo, De Pisis, Viani. Ma a me viene un nome sicuro: Luigi  Bartolini. Questi tondi a me suggeriscono la medesima intensa poeticità, la stessa capacita di evocazione. Anche se, come ho già detto, in Facchinetti il senso di isolamento e di presenza in tre dimensioni dell'oggetto sia molto forte. E voglio anche aggiungere il nome di un altro eccezionale pittore e incisore di questa nostra straordinaria Italia, che, pur nel dolore e nella tragedia, pur nell'indifferenza dei ricchi e dei potenti, continua a promuovere arte e poesia, genio creativo: intendo alludere a Giancarlo Vitali, un altro figlio di pescatori, sia pure di lago, che vive a Bellano sul Lario e che fa del suo lavoro sulle forme un unico amore per il paese, il lago, la gente.
Il lavoro di Facchinetti va in questa direzione. Pochi segni decisi, che danno ampiezza e chiarezza agli spazi, pienezza dell'oggetto, luminose tattilità alle squame morte dei pesci, spinosa evidenza dei crostacei, ruvida imponenza delle barche. Ricordo le prime incisioni di Dino, in occasione di una sua grande mostra di scultura a Grado. Le marionette, i teatrini tra le sghembe case del borgo, e gli uomini delle osterie dalle braccia poderose e le teste curve sui tavoli, le mani nodose ad aggiustar reti o ferme ai gotti di vino. Credo che ora l'incisione si sia fatta più intensa, il disegno più sicuro, l'immagine più essenziale. L'artista sta sempre più penetrando l'uso del mezzo e la libertà delle proprie immagini.
14. A questo proposito voglio citare un'osservazione di Giacomini, in occasione della visita a un nostro grande amico pittore, Francesco Bierti, un'osservazione che forse mi fu fatta anche molto tempo prima dal poeta Giulio Trasanna: “I friulani di monte amano i colori, quelli di mare il disegno …”. Non so quanto sia vero, voglio dire sia un assioma generale, ma è certo opportuno se togliamo la parola friulano, per tanti artisti che hanno lavorato in Versilia o a Venezia - sembra quasi che la opacità della terra esalti i colori, e la leggerezza delle acque cerchi le linee. Non si può dimenticare che gran parte dei grandi pittori veneziani proveniva dalla terra - anche se poi Venezia fa storia a sé tra le città di mare.
Mi si perdonino queste piccole provocazioni alla fantasia. Ma l'arte di Facchinetti è molto più attratta dal chiarismo in pittura e dal segno essenziale e luminoso nel disegno che dalla vivacità dei colori e dalla descrittività del segno. Ne parlavo appunto in questi giorni con Ernesto Treccani, un fervido estimatore dell'artista, e convenivamo che più la materia oppone ostacoli - pietra, rami, zinco - più l'anima di Dino viene sollecitata, e che, come nell'uomo, balza agli occhi una grande generosità nel guardare queste immagini cosi tenacemente ricavate dalla materia.
15. Vorrei ora chiudere questi miei amichevoli conversari con un ricordo e un'annotazione. Un giorno Dino mi ha portato con la batela a fare il giro completo dell'isola di Grado. Era un giorno caldo, di mare calmo, foschia di calura. Dopo aver passato Barbana, e aver fatto visita ad amici valligiani, e tra questi lavoratori delle acque e dei campi, questi custodi della laguna e della pesca, mi piace ricordare Bastiano, col quale abbiamo bevuto fresco vino e mangiato pane e frutti, siamo andati verso le foci dell'Isonzo e usciti in mare. Sulle spiagge le immobili garzette nell'aria ferma, le garzette che poi guizzano improvvise e sembrano scivolare sull'acqua, rapide, protese in avanti, per fermarsi di nuovo al filo dell'orizzonte, scolpite nella luce; i radi corpi dei bagnanti, dorati e scialbi nel chiaro della sera all'imbrunire: qualcuno gioca con la palla, qualcuno passeggia, donne raccolgono conchiglie o cercano caparossuli tra le secche delle rive; gabbiani sbattono le ali sopra di noi, e sembrano seguire il filo del sole che è ormai oltre Venezia, tra le terre venete; alle nostre spalle Trieste e l’Istria, che, mi dice Dino, nei giorni limpidi si vede come fosse da toccare, e di fianco si apre il mare, l'Adria età, come ho scritto in Teater. Ma è verso Grado che noi andiamo, verso la parte più antica del borgo, ed ora vediamo la casa di Marin e i campanili, ben oltre l'orrore dell'albergo sulla passeggiata a mare.
“Sembra d'oro, ma è fatta di pietra e travi, e un tempo forse galleggiava sul mare...” nel guardare Grado, certo senza saperlo, il pittore diceva qualcosa che ha vasti echi nella letteratura italiana, evocava l'isola che vaga nel Mediterraneo dei poemi cavallereschi, e nella satira del Baldus. E sembrava davvero una grande nave, Grado, vista dal mare oltre il Forte e le vecchie case di San Ermacora e Fortunato, una nave attorniata dai gabbiani e inseguita dalla luce del sole. “Pase doragia de la sera / boca che stende biava / l'ultima bava / co' lisiera maniera.”
16. E nello studio ci sono andato una delle prime volte che sono venuto a Grado. Non si può immaginare nulla di più inadatto al lavoro di un artista come Facchinetti - per l'angustia degli spazi e la scarsità della luce, per l’impossibilità di portarvi le grandi pietre o progettare gli ampi lavori, per la precarietà delle strutture - eppure di più simile alla riservata misantropia del pittore, il suo volersi appartare per meditare e provare l'arte. Sembra quasi che nel buio di quelle quattro pareti, in quel budello sotto i tetti del borgo egli voglia chiudersi per raccogliere tutti gli spazi e la vastità di luce della laguna e del mare. Dalla calle del Corbatto si salgono gli scalini a picco e poi si arriva in un solaio lungo e stretto, nemmeno tanto lungo, e ristretto dai vecchi mobili gremiti di oggetti, di conchiglie, disegni, fiori secchi, spille, libri, piccoli scrigni di legno, statuine, monete di rame, d'argento e scatolette di cartone, vasetti di ceramica o di vetro, piccole anfore, sassi e palline colorate - e dappertutto disegni, incisioni, foglietti spillati con brevi pensieri, frasi sentite, aforismi dai libri, versi di poesia. Appena su dalla scala, non si fa a tempo a fare tre passi che si è già nel minimo vano ricavato da una tramezza e alla finestra a piombo sul vico, dove c'è il torchio. “Sogno sempre un grande studio e di camminare per lavorare e avere grandi pareti per le tele o per metterci contro le mie grandi pietre da scolpire... Ma poi mi pare di volergli bene a questo mio buco, qui, nel cuore di Grado, nel ventre del borgo... Certo, non ho luce, non ho aria, gelo d'inverno, soffoco d'estate... Ma me lo sono fatto con le mie mani, ci ho portato su il torchio, l'ho riempito della mia vita... E poi ho sempre la batela”, e, come scrive Marin: "Fra noltri e Dio / continuo un zuogo / d'aqua e de fogo, / de tonba e de nio ....”.
E qui voglio finire con uno sguardo a queste belle incisioni, e una per tutte: il gabbiano, il corcal colle ali distese. Questo sì che è un simbolo: è facile la metafora: “Paese mio, / picolo nio e covo de corcali...”: l'uomo che vorrebbe volare, il paese che lo accoglie nel nido. Ma voi guardatene la leggerezza, questo piccolo corpo fatto di piume, e gli occhi intelligenti dorati che guardano gli spazi da cui vengono luce e aria, e minacce d'uccelli e il sogno del cibo. La misura che gli dà l'artista è però altra e significativa: le ali si allargano in un gesto di inerme arresa alle ragioni del vento, e c'è una certa severità, una severità che fa pensare, nel piccolo capo appena piegato di questo uccello: è una creatura che chiede a quelle che un altro poeta, Tolmino Baldassari, ha chiamato le “chiavi dell'aria”, il segreto della propria e dell'umana sorte. Ebbene tutta l'arte di Dino parte da questa premessa e finisce in questa domanda. Ed è per questo che lui sente di dover tenere riuniti in questa vicenda, che tutti coinvolge, Grado, la laguna, gli amici, gli avi, le acque, le cose, le creature tutte che gli offrono le forme e lo invitano all'antico rito dell'arte.



DINO FACCHINETTI

Dino Facchinetti nasce a Grado nel 1946, dove tuttora vive e lavora in una delle calli che attraversano l'antico castrum  romano, tra le basiliche e il porto. L'isola (“uomini e mestieri”) è il punto di partenza di un itinerario artistico incominciato alla fine degli anni 60.
Incontra giovanissimo il pittore Antonio Coceani e scopre "dalla radice", facendone tesoro, il grande valore del disegno.
Durante il servizio militare a Venezia fa una nobile conoscenza con il maestro Virgilio Guidi il cui insegnamento rafforza il suo desiderio di vivere d’arte.
Dopo il congedo dalla Marina Militare, ”l’incontro“ con il poeta Biagio Marin, anche grazie a questo sodalizio umano e artistico, matura in Dino la volontà che si fa ricerca espressiva nella pittura.

Nel 1971 Facchinetti espone a Roma presentato in catalogo dal poeta Biagio Marin:
“ … Con meraviglia ho potuto constatare che Dino è arrivato a dare voce ai suoi quadri, è arrivato a infondere alle sue pitture una vibrazione lirica precisa, anzi a volte suasiva. È alle porte della poesia.
Le bricole nei canali, le acque della laguna, gli isolotti con le capanne di paglia, Dino le fa vivere di una nuova vita in un gioco di rapporti tonali e di luci, che promettono in lui il pittore sicuro, la parola chiara e originale” (Grado, 5 ottobre 1971)
Il pur breve periodo nella capitale diventa occasione di nuovi incontri ed esperienze di vita. Incontri ed esperienze che l'artista ha avidamente cercato e raccolto.
A cavallo fra gli anni ‘70 e ‘80 Facchinetti collabora al "Piccolo Teatro Città di Grado" come scenografo, ricercando nuovi spazi espressivi.
Nel novembre 1974 espone a Stoccarda, invitato dall'Istituto italiano di Cultura, e nel 1975 ripropone quella mostra nella Biblioteca Civica «Falco Marin» di Grado.
Nel frattempo continua a frequentare casa Marin, dove conosce il poeta milanese Franco Loi, ed i pittori Ernesto Treccani e Eugenio Tomiolo.
Il lavoro di quegli anni è ben descritto da Luigi Danelutti in un articolo sul “Piccolo Illustrato” del settembre 1997: “…Facchinetti è … un pittore che cerca di mettere assieme i vari frammenti di una dolente umanità usando come mastice la tradizione orale dei vecchi e la loro povera ma essenziale cultura. L’isola e la cultura isolana diventano quindi i paradigmi di una singolare espressività pittorica.”
Schivo ad apparire, Facchinetti inventa un approccio originale alle sue mostre, ricercando ambienti desueti, che conservano l'essenza di tempi passati, come la Villa Matilde (dove espone nel 1981) e le Ville Bianchi (1985).
In Villa Matilde, gioiello e fucina di cultura nei primi anni del Novecento, dedica per la prima volta una mostra al suo «faro spirituale», Biagio Marin, nel segno di un legame profondo, viscerale e sanguigno, con il Poeta che lo onora della sua presenza. La mostra è presentata da Edda Serra:
… Il mondo di Dino Facchinetti è dominato da un senso di sospensione attonita, di mistero, di sogno; è realtà metafisica senza minaccia o tormento: persino nelle vele, nelle barche, nel paesaggio; con 1'equilibrio di chi ha imparato a vivere secondo natura nell'accettazione consapevole delle sue leggi. Il mistero c'è e noi viviamo, con il desiderio anche di sondarlo, immersi in esso, ad esso sospesi, consapevoli che sondabile non è. …
L’”Invito alla Mostra” è curato da Renzo Sanson:
“ … . Per riuscire a mettere a fuoco l'uomo, Dino lo ha anatomizzato, vivisezionato, cercando di penetrate sotto la sua corteccia cerebrale, alla ricerca del cordone ombelicale che lega l'individuo agli altri individui e l'umanità alla natura. …
…. Poi nasce l'uomo. Ma quale uomo? Un essere quasi animalesco, che vive solo, che guata se stesso e la vita, che sopravvive per forza (ma anche per la «sua» forza). E la metamorfosi continua, mentre la luce va rischiarendosi e scaldandosi un poco, a mano a mano che 1'essere risveglia i suoi sentimenti forzatamente sopiti e si umanizza.
Immobile anche nel suo quotidiano lavoro (pescatore), quest'individuo sembra avvolto in on bozzolo di luce, dentro il quale va maturando la sua coscienza e la sua conoscenza…
Durante il periodo dell’esposizione incontra lo scrittore veneziano Franco Masiero, che ricorda:
“… Perché non andare a Villa Matilde, dove dicono abitasse un amore di un giovane poeta? … Una casa irrazionale, seminascosta da un muro di edera, di fronte al mare; … Si penetra per caso, per non saper che fare. E dentro subito si vien presi da un fascino strano, da una luce inaspettata. Per caso c’è un pittore, Dino, che espone i suoi lavori ed è per questo che si è potuti entrare. Dino racconta la sua ostinazione per diventare pittore senza compromessi, è un uomo semplice, se ancora è lecito dire così, che descrive l’emozione infinita di sentirsi artista. Sa che dove vuole arrivare è ancora lontano, perché i suoi quadri non si sono liberati dagli insegnamenti altrui, e che non ha per niente finito di lottare per conquistarsi il diritto ad essere, ogni generazione ha il suo, pittore di laguna e di pescatori a Grado. …
Quattro anni dopo, la seconda grande mostra di Facchinetti, allestita alle Ville Bianchi, é nuovamente dedicata al cantore dell'Isola d'Oro, che è presente con un suo scritto.
La mostra è presentata da Carlo Milic:
… Dino Facchinetti, pittore abbarbicato sulle magre terre delle lagune giuliane a Grado, da sempre ha attinto idee e forme dalla magica sorgente che qualche decennio fa promesse, nell'arte italiana, quella disperata ansia di libertà e di verità al fine di giungere ad una fusiva concentrazione di stazioni appartenenti ad un processo genetico e conclusivo del reale, interconnesso con il costume più autentico e, sino a quel momento, rifiutate; Facchinetti insomma ha continuato a coltivare la misura espressiva di una dimensione, dove ancora si potevano rintracciare dei contatti solitari, non volti al particolare realistico, quanto piuttosto all'integrità più profonda di un mondo popolato da figure antiche d'un arcaico paese ormai sconosciuto, quello dei contadini e dei pescatori.. …
con una testimonianza di Edda Serra:
… Silenzi e solitudine di Anfora e delle isole della laguna: nella vegetazione, nel fango, nelle acque l'atemporalità di vita lontana passata e pur presente. Trovarvi, chissà da dove approdati nel loro misterioso viaggio, dei blocchi di pietra pomice, la pietra che galleggia sulle acque e con esse naviga, è stato un segno per Dino Facchinetti. Che quella pietra, già bella e viva nella sua porosità, nella diversità del colore, ora grigio ora rosa, non poteva non incominciare a manipolare, a lavorare, con attenta amorosa delicatezza.
L’”Invito alla Mostra” è curato da Renzo Sanson:
“ … . L'obiettivo artistico di Facchinetti è proprio quello etimologico di «mettersi di fronte» a qualcosa di nuovo, con lo sguardo incerto dell'uomo che anela alla tensione spirituale e all'intelligenza delle cose e degli uomini, ovvero alla capacità di legare insieme realtà e momenti diversi, instaurando con essi e tramite essi un discorso che a sua volta assume una prospettiva squisitamente teatrale, che stimola a guardare, a completare con la mente.. …
Tre mesi dopo, Biagio Marin muore all'età di 94 anni.
Invitato alla Galleria Comunale di Trieste, nel marzo 1988 Facchinetti allestisce la mostra "Al queto svolo de 'na Vose" in ricordo dell'amico poeta. Carlo Milic presenta la mostra:
… Dalla vicina, eppur lontana per identità d'ambiente, Grado giunge una rinnovata impressione attraverso la pittura di Dino Facchinetti e per il sensibilissimo epitelio delle figure e per 1'elegia profonda e durevole che promana dalla natura, entrambi elementi visti come dati di scambio, da porre entro un amalgama sensitivo, manifesto per proiezione delle sue proprie esternità fisiche. A penetrare il segreto del tempo, delta natura e dell'uomo, certamente aiuta Facchinetti quel vincolo antico con il verso tormentosamente dolce di Marin, saggiato e durevolmente interiorizzato attraverso l'amicizia con il poeta..
L’”Invito alla Mostra” è curato da Renzo Sanson:
Dino Facchinetti cerca di dare vita a ciò che non ha forma. Cioè di creare. In questo senso è prima poeta che artista. E per lui dipingere è una necessità. Ogni schizzo e ogni pennellata sono appigli, ogni quadro è un chiodo conficcato, che lo aiuta a comprendere se stesso e il suo mondo. Un piccolo mondo antico - Grado, un'isola ricca di storia e di miseria - dentro cui scavare alla ricerca di una vena autentica di umanità.
con una testimonianza critica di Giulio Montenero
All’inizio c’era la statua. L’artista ne dà bella e schietta prova scolpendo nella pietra l’effigie dell’umanissima divinità in cui crede, il Pescatore della sua Grado. Accucciato, tozzo il grosso tronco, ma agili le mani che traggono i pesci dalla rete, riempie la pienezza d’un volume che, come il simulacro del Budda, consente soltanto minime varianti. L’artista le esperimenta tutte nella serie degli schizzi a penna che aggiustano l’impostazione perfetta, da tradurre nell’immagine dipinta. E i dipinti confermano la coincidenza degli opposti: la greve opacità del corpo racchiude la limpida trasparenza dell’anima espansa sui radi segni ondulati dello sfondo. Gli bastano quei cenni per dire la variabile estensione del mare e la luce che il vento ammassa nel cielo e riverbera sulla sabbia, sbiancata dalla violenza del sole.
Nel 1989 il Comune di Grado ospita al Palazzo Regionale dei Congressi una grande mostra antologica che Dino Facchinetti dedica "A Grado e alla sua Gente", presentato in catalogo da Giulio Montenero:
Gli europei conquistarono vecchi e nuovi continenti per ridursi, senza averlo saputo, in servitù di quelli il Mediterraneo si è chiuso, lago recintato dalla sabbia delle nostre memorie. Vano artificio fu lo scavo del Canale di Suez. Giova, invece, attendere che l’acqua porti a riva qualche frammento. Nel frattempo fingiamo distrutta ogni architettura, come avvenne delle cretesi, delle fenicie, delle cartaginesi. I ricordi di ciò che non abbiamo vissuto, ma che è da vivere adesso, saranno svegliati all'improvviso da un sasso. Era stato eruttato, incandescente, da un vulcano e la risacca, dopo averlo intiepidito, ce lo depone sulla spiaggia.
Un tal prodigio richiede molti e lunghi giorni di febbrile esercizio e di impaziente attesa. Dino Facchinetti li ha trascorsi tutti. La sorte gli era stata propizia, perché è nato dove il nostro lago penetra più che altrove profondamente fra le terre, verso Settentrione, a formare un golfo lungo e stretto, impropriamente chiamato mare. In fondo al seno c’è una laguna. E nella laguna c'è un'isola, Grado. Gli Antichi vi sostarono pochi secoli. Appena il tempo necessario ai nemici, i quali avevano distrutto la loro città, Aquileia, per organizzare su quelle rovine un nuovo potere, il Patriarcato. Ma i fuggitivi non lo avevano previsto. Come tutti i popoli civili, supponevano vincente la cultura sulle barbarie e ritenevano, quindi, che Grado sarebbe stata prospera anche in un lontano futuro. Perciò eressero basiliche stupende e case di pietre ben squadrate, degne di una metropoli, Nulla di sprecato, Figlia di Grado sarebbe sorta Venezia. E chi rimase in grembo alla Madre imparò a industriarsi nei mestieri che possono essere tramandati di generazione in generazione, senza privilegio alcuno a propria protezione. Primissimo, la pesca. Come era accaduto a quanti fra i cretesi, i fenici e i cartaginesi sopravvissero a sismi e stragi.
Facchinetti pratica l’arte nella solitaria industriosità dei suoi ascendenti pescatori. Fabbrica, nell'immaginazione, una rete immensa e ne trascrive poche maglie sulla carta, quanto basta come promemoria e come ammonimento a se stesso. Getterà la rete sugli spazi della laguna. E catturerà il frammento giusto.
Il momento di grazia giunse mentre camminava con la moglie lungo la battigia di Anfora, all'apparenza ozioso. Un pietrone galleggiava sulle onde. Era pietra pomice, prelevata da una cava del Quarnero, costa fraterna  e trasportata là dallo scirocco. Prepotente si svegliò la vocazione dello scultore. Scavò in quella schiuma di mare la figura del pescatore che da lungo tempo lo tormentava e che già prima egli aveva ritratto in disegni e dipinti. Era come se la formella romanica, ma anche l'incidenza degli isolani sardi di Sironi e dei trevigiani terragni di Martini, dovesse venire all'aria in virtù dell'aria che la roccia eruttiva aveva imprigionato dentro di sé durante il consolidamento lavico. Molto vuoto sparpagliato nei forellini viene portato alla luce dal molto pieno della tozza persona. Vero è altresì che la fatica produce sui corpi un effetto simile a quello ottenuto sulle cose con l’azione abrasiva della pietra pomice. Spiana i rilievi inutili e accentua i tratti essenziali.
Codesta ricerca sul soggetto «povero» raffigurato nell'opera e sul rapporto che il soggetto aveva avuto con la materia grezza, in cui s'era immedesimato durante il lavoro, è la costante di Facchinetti. Il quale non ha l'indole del perfezionista o, peggio, del corridore che tenta di raggiungere il treno delle mode culturali, in perenne fuga verso la morte per consumismo. Oscilla, invece, dalle apparizioni improvvise - il bassorilievo in pomice - all'ostinata ripetizione della stessa icona, di poco variata, fino a quando le onde del pensiero la cancellano, come l’acqua cancella i dossi sabbiosi sulla spiaggia.
Il suo è un equilibrio precario fra  il dire troppo, in una sorta di protrazione romantica che accoglie l'imprevista ricchezza di coincidenze e associazioni mentali avviluppate nella rete dell'arte, e il non dire niente, traendo lezione dalla nonna che ignorava l’abitudine di raccontare favole, o dei pescatori che, a suo giudizio, sono muti, per cui li disegna senza bocca.
Prima di codesto andamento, cosi spontaneo e nel contempo cosi preordinatamente disciplinato, il pittore aveva attraversato un prolungato apprendistato. Aveva appena diciott'anni quando decise che avrebbe tratto sostentamento soltanto dall'arte - proposito al quale è rimasto fedele fin oltre i quaranta da non molto superati - e trovò in un vicino di casa 1'esempio di vita e gli esemplari pittorici di cui aveva bisogno. Come accade spesso ai giovani, questi stimoli sono antitetici alla propria estrazione. Proveniente da una famiglia di pescatori l’autodidatta Facchinetti, il suo primo maestro, Antonio Coceani, era, invece, cresciuto in quell'ambiente borghese che esigeva dall'arte una consapevole creazione sintetica, ricavata dalla minuziosa analisi dell'esperienza percettiva. Sui paesaggi di tema lagunare, che Facchinetti dipinse agli inizi degli anni Settanta, si riconoscono gli elementi del finissimo vedutismo di Coceani, sia nella composizione in diagonale delle barche viste dall’alto, sia, e maggiormente, per l'invisibile orditura delle sottili modulazioni tonali che conferiscono profondità e leggerezza alle campiture a strisce orizzontali scalate in prospettiva.
Il secondo maestro gli diede una spinta a propria volta antitetica rispetto a quella del primo. Marinaio a Venezia, durante il servizio di leva, s'imbatté in Virgilio Guidi che tracciava segnacci su dei falsi che un malaccorto acquirente gli aveva sottoposto per l'autentificazione in una affollata disputa al caffè. Facchinetti decise di presentarsi a casa di Guidi e venne accolto familiarmente. E’ un «transfert» segreto, che non avrà effetti evidenti sul giovane, ma che agirà per vie sotterranee, o, per restare ai luoghi, sottomarine. Infatti, una componente intellettuale, dapprima covata nelle meditazioni e nelle prove di progrediente emancipazione quanto alla bravura, si manifesta nell'invenzione scenica e simbolista delle puntesecche e viene infine assunta a principio formativo di una intrinseca polivalenza simbolica che investe nel contempo soggetto e tecnica, come si è visto in scultura.
Sul soggetto il pittore fa leva per sradicare l'immagine dalla banalità. Agli esordi non aveva sfruttato tale risorsa. Vi giunse passando dall'uno all'altro «genere», secondo l'uso antico. Aveva esordito nel 1971 in una mostra personale di paesaggi. Sentì che la figura era necessaria e ne ravvisò i lineamenti autentici, dopo aver bordeggiato in direzioni diverse. Tentò la scena sacra e la declinò con ingegnose macchinazioni surreali, a tratti squarciate da soprassalti di espressionismo. Di contro, lo spunto buono provenne dal vero, da un pulcinella del carnevale gradese che, in un piccolo dipinto a tecnica mista del 75, prese il piglio patetico di quello napoletano.
Alla maschera, semplificata in bautta, affiancò, in uno dei suoi repentini disegni, la realtà del Pescatore, il corpo e la testa atticciati e levigati dalla fatica, ma le mani agilissime, veloci nel districare i pesci dalle reti e a ricucirle. Fu una statuizione definitiva. Statuizione che subito generò l'altro da sé, il granchio, sapienza primordiale e immutabile, a fronte del breve lasso delle vicende umane. L'incontro triadico diede al Granchio il ruolo del burattinaio che tira le fila del Pescatore, come succede a tutti, anche nolenti, nel gran teatro della natura. Fu il fulgore di un attimo e la parabola tosto si sciolse in paratassi: la folla dei pescatori accanto alla folla dei granchi, gli uni e gli altri individuati singolarmente e isolati nella propria accalcata solitudine.
Quanto vi era di letterario in codeste intuizioni doveva trovare contrappeso nella puntigliosa scioltezza della tecnica e perciò l'artista si diede al racconto in puntasecca, di largo e fluente disegno, su una decina di lastre. Sono gli accadimenti del teatro metafisico, dove il manichino fa da protagonista e le sedie vuote fanno da spettatori, mentre maschere e granchi ammiccano tristemente fra di loro. Dietro all'angolo di quella calle gradese, si apre una viuzza di Zoppé,  il borgo cadorino di Tomea.
Sulla scena artificiale non c'è il Pescatore. Aveva lanciato un urlo dai primi dipinti a tema figurale, densi di tonalità cupe, fra il lucido dei rossi e il catramoso dei neri. Adesso riappare nei disegni e anche nelle incisioni, intrappolato, come fosse un granchio, dalla destrezza delle sue mani, che, simili a chele, scattano precise nella cernita della tartana. La testa viene talvolta contornata con dolorosa durezza, cranio contenente troppi pensieri, al limite della follia, assillato dai quotidiani bisogni e dalle fughe dell'immaginazione che vorrebbe comprendere il senso dell'esistenza e farsi comprendere.
Ma il tronco, invece, respira con la solenne forza che aspira l'aria nel volume. Ed è, virtualmente, scultura già sui disegni, che pur precedono l'intervento sul Corpo litico miracolosamente consegnato dalle acque, episodio da noi anticipato. Codesta parziale compenetrazione fra due arti - pittura e grafica, disegno e scultura - muove l'oscillazione o, per meglio dire, la ciclicità dell'operare. Di rado rielabora e rifinisce l'opera derivata da un precedente bozzetto. Al contrario, sente l'urgenza di buttare sulla carta l'idea nuova che gli è guizzata in mente e di procedere alla realizzazione - dipinto o scultura o, nelle invenzioni recenti, colore e rilievo fusi con la tecnica mista su carta - assecondando la sorte implicita nei primi segni vergati di getto.
Da tali premesse gli sono nate fra le mani tecniche pittoriche congeniali a codesto suo singolare ambidestrismo mentale, duplicità artistica che dischiude la porta idonea a far palesi i molti significati contenuti nella semplice figura del tanto amato Pescatore.
Preferisce il supporto di carta che assorbe i colori. I colori trasudano dalla materia, ne fanno affiorare l'intima sostanza. Ora interviene anche sulla carta, vi scava solchi, negativo dei bassorilievi in pietra. E poi vi strofina sopra colori a gesso, colori tenui, azzurro e violetto, e qualche segnale più alto, impresso da tracce di rosso e di blu. Sembra un muro a calce graffito e dipinto, sul quale le intemperie hanno addolcito la figura raffigurata. Ma noi vorremmo che l'ammonimento che Dino Facchinetti rivolge a se stesso con i suoi primi appunti fosse valido anche per noi. Il senso è nell'originaria asprezza del Pescatore.
Nel 1991, ha l'incarico dalla direzione della Cassa di Risparmio di Gorizia di realizzare nelle sedi di Grado e Monfalcone due opere di grandi dimensioni sul tema “Ambiente e Poesia”. In quello stesso anno viene commissionata all’artista dal Comune di Grado la realizzazione di una formella artistica in bronzo a tiratura limitata in onore del poeta Biagio Marin, del  quale ricorreva il centenario della nascita.
Un profondo significato per la sua maturazione artistica ha la personale a nel 1991 presso la Fondazione "Corrente" a Milano. L’introduzione alla esposizione è di Franco Loi.
Nello stile di Facchinetti mi paiono fondamentali l’uso del segno ad esaltare la luce, e l’acquoreità del colore. Viene espressa inoltre un’intuizione: che tutti gli esseri si appartengono e sono in una comune trama a costituire il paesaggio. Non sono uomini immessi in un paesaggio, ma ne fanno parte. Pescatori, reti, pesci, case, nuvole disegnano una fluttuante immagine marina.
Certo, Grado è un’isola, anche se oggi è legata ad Aquileia da un lungo ponte, e gli uomini sono stati per secoli, secondo quanto rammemora il poeta Marin, incastonati alla pietra, attraversati dal mare, e Dino è figlio di pescatori, lui stesso pescatore e poeta della laguna. Ma queste sue intuizioni della luce e della comune sorte disegnativa di ciò che vive all’interno del mare gli vengono dall’amore e dalla sensibilità dell’arte. Le acque mediterranee, abbiano del resto la cupezza dello scoglio, e penso a un Magnasco, o i fulgori e i luccichii napoletani, o la chiarità delle sabbie lagunari, e mi soccorre De Pisis, sono state a lungo percorse da pescatori, contrabbandieri e corsari. Sono modi diversi di vivere la ricchezza e la complicità della natura. I pesciolini come foglie, le grandi mani e i grandi corpi di pescatori a rimagliare le reti, ripulire le barche o nel riposo tra le case di sasso rammentano mitiche presenze marine e antiche metamorfosi.
Bisogna vedere l’artista quando è al timone della sua barca o affonda a gambe nude nelle secche alla ricerca di cappelunghe o di respiri di caparozzole o quando la sua batela scivola sull’acqua tra aironi disegnati nell’aria, cocai immobili sui pali delle vie d’acqua, martin pescatori che si tuffano nei fontanili nascosti, cefali che guizzano e giocano nella chiarità e nell’ombra delle superfici, quando ascolta il silenzio dell’aria e i fiati della terra sotto le acque, i movimenti della vita cui appartiene e che gli si propone intorno come uno specchio, per comprendere la vicinanza all’antico e la compenetrazione al mondo che Dino vuoi farci guardare come fosse una parola che esce dalla sua stessa natura.
La mostra, che affianca le opere di Dino a quelle del pittore Ernesto Treccani, chiude il programma stagionale della Fondazione. La semplice nota del maestro Treccani esprime il valore del legame artistico e umano con Dino:

Nel ‘92 è ospite con incisioni e olii all'Università Bocconi, con la presentazione autorevole di Mario de Micheli.
Facchinetti, a guardarlo, vi appare subito come un uomo semplice e schietto, capace di rapporti diretti con la vita e con le cose. Se poi parlate con lui, vi accorgete che si tratta di un artista senza arie ispirate, senza atteggiamenti, senza perifrasi. E’ quello che è in modo diretto, con evidenza e solidità.
Ciò non significa tuttavia che non abbia i suoi dubbi e le sue inquietudini, significa solo che ogni momento della sua esperienza, anche quelli più incerti o difficili, egli li affronta con la coscienza di chi li considera motivi non eccezionali dell’esistenza.
Questa è anche la ragione per cui il mondo poetico delle sue immagini non è mai estraneo a quella che è stata la sua storia, addirittura la cronaca dei suoi giorni. E’ difficile infatti separare i protagonisti e gli “oggetti” dei suoi fogli e delle sue tele dalla riflessione sulle proprie vicende.
I suoi pescatori e i suoi personaggi di fatica hanno un’intima e quotidiana epicità, il senso feriale di una grandezza fatta di gesti antichi, la cadenza quasi solenne di una ritualità del lavoro.
Ecco perché le sue immagini, pur nell’enunciazione di un soggetto immediato, ne superano i limiti temporali con una forza affermativa che gli infonde una risonanza più larga. Accade quello che succede alle sue “barche”, che nell’immagine com’egli la costruisce par quasi di vedere un simbolo, quasi il ”monumento” ad una esistenza sul mare.
La perizia tecnica di Facchinetti, che incide le sue acqueforti rifiutando ogni formalismo tecnicistico, è un’introduzione sicura al dipingere. Le sue immagini respirano così una verità dove vivamente coincidono le qualità dell’arte e la presenza esistenziale della comunicazione umana.
E sempre a Milano le sue opere sono ospitate alla Civica raccolta “G. Bertarelli” e a Trezzo sull'Adda alla biblioteca “De Micheli “

Nel 1993 su iniziativa del Comune di Grado in collaborazione con la direzione dell' Hotel Astoria, viene allestita una mostra con incisioni, olii, e sculture. Sono presenti il poeta Franco Loi e il critico Mario de Micheli nel catalogo "Incisioni 1982-1993" (Edizioni della Laguna).
L’evoluzione artistica nello sviluppo della tecnica dell’incisione, (puntasecca, acquaforte, acquatinta) culmina con gli inviti a varie rassegne specializzate, tra le quali, "Direttamente" Bagnacavallo (Ravenna) nel 1994 e la seconda Biennale dell' incisione contemporanea di Ovada 1995 ad Acquiterme  (Regione Piemonte).  
Nel 1995 Facchinetti da alle stampe un libro dedicato esclusivamente alle mani, " Le Mani", testi di Renzo Sanson.
“Le mane desmentegàe”, le mani dimenticate, si legge in un verso di Biagio Marin. Anche al di fuori del contesto poetico, queste parole conservano una carica magnetica propria, sono di quelle che ritornano in mente, che fanno riflettere, che possono offrire ispirazione a un artista. (…) Gli adulti (a parte le donne, per motivi estetici) raramente si guardano le mani. Solo i vecchi, quando non hanno niente da fare. Ma invecchiando, in fondo, si torna bambini. E posare lo sguardo sulle proprie mani o quelle altrui è un po’ misurare il tempo che è passato, constatando quanto sono cambiate, invecchiate, scarnite. Mani che ricordano quelle “impotenti” della prima infanzia, mani che ricominciano a scarabocchiare invece che scrivere, perché non riescono a dominare una matita. Mani che spesso hanno perso molta sensibilità e devono unirsi per star ferme, per annullare, per qualche momento, il tremito che le percorre.
Fermiamoci qui. Ci sarebbero tantissime altre riflessioni da fare sulle mani: come discorso, come anima, come sentimento. Sarebbe facile dissertare sul fascino antico del linguaggio gestuale, ma non è questo che c’interessa. Pensiamo piuttosto a “una voix sans personne”, anonima, distaccata, che cela la figura umana, prevale sui volti, svelando sentimenti che i volti (maschere) spesso nascondono. Mani, dunque, come voci senza corpo, sboccate, che tradiscono imbarazzi e sicurezze.
Mani come carte d’identità, che rivelano il mestiere. Dino Facchinetti, per esempio, ha il callo dell’incisore. Qualche anno fa mentre pranzava con amici in un ristorantino di Firenze, il padrone, che serviva in tavola, sentendo parlar strambo (gradese, insomma), gli chiese di dove fosse. Conosceva Grado. E gli amici aggiunsero che Dino era un artista. L’indomani tornarono a mangiare nello stesso locale. E il gestore pensò bene di presentare Dino a due clienti abituali, due insegnanti all’Accademia di Belle Arti, che gli chiesero che cosa facesse: “Faccio incisioni, pitturo, faccio anche scultura. Ma soprattutto mi piace incidere...”. Che tipo di incisioni? La puntasecca. Allora uno dei due gli chiese: “Fammi vedere il dito!”. Quale dito? Il medio. E aggiunse subito, soddisfatto: “Questo è il segno dell’incisione, se tu non avessi quel callo non saresti un incisore”. Dino non ci aveva mai pensato, fino a quel momento la callosità gli aveva dato solo un po’ di fastidio. (…)
Le “mani” di Dino sono nate per caso, partendo da uno studio dell’incisione. Una manona grande e nodosa, sbozzata col carboncino. “Bella, mi piace”, è stata la prima sensazione. Così ha cominciato a studiare un’altra posizione, poi un’altra ancora. Per mettere in evidenza un effetto, poi un altro. Non c’era alcuna intenzione artistica, di bravura tecnica. Anzi, nascevano mani strambe, mani di lavoro, “man che ciacola: una lingua semplice, ma le ciacola”. Come una porta che si apre, per entrare in una nuova stanza. Anche se nei quadri di Facchinetti esiste da sempre questa idea (mani grosse, braccia robuste, simili a chele), evidentemente era arrivato il loro momento. Ma non si tratta più semplicemente della mano che lavora (come in certe incisioni o quadri di pescatori), bensì di un lavoro sulle mani, nelle mani. L’artista è andato in cerca di mani diverse, senza cercare l’effetto del disegno (o non solo), cercando invece di star dietro alle sensazioni, come se qualcosa lo spingesse ad andare “dentro le mani”, trasfigurarle, graffiarle, scolpirle quasi. E, infatti, dallo sfondo nero emergono prepotenti come sculture più che come disegni.
Queste mani non sono “belle”. Sono estraniate dall’unità, dal corpo. Sono smembrate. Palmi, dorsi e dita danno forma a strutture le più strane, create dall’intrecciarsi, dal sovrapporsi, dal tormentarsi delle mani, dai rilievi e dalle ombre delle articolazioni, dei muscoli, delle rughe, dei tendini, dei solchi, dei pori, delle vene, di antiche cicatrici. Mani che non hanno altri appigli se non se stesse, manifestando obbedienza, erotismo, angoscia, dolcezza, odori, sentimenti, forza, inquietudini e, oltre tutto, sopra tutto, preghiera: mani giunte.
Di mano in mano, in sequenza, è nato questo “taccuino chiromantico” che propone un discorso sineddotico, in cui una parte del corpo finisce per rappresentano tutto. Come l’artigiano, il falegname, che rivive nei versi di Marin: “Godeva la so man/ ai ligni da-i parola,/ a mete ‘1 cuor uman/ nel filo d’ogni tola” (“Godeva la sua mano/ a dar parola al legno,/ a mettere il cuore umano/ nel filo di ogni tavola”).
La figura si fa perno ed emana una forza d’attrazione simile a quella di un “buco nero”. L’umanità ha esaurito la sua evoluzione. La massa e la densità sono aumentate. La mano diventa orizzonte unico degli eventi individuali, assorbe tutta l’energia espressiva. E lo sfondo nero non fa che accentuarne il profilo, i valori ottici e tattili. E, infine, si animano di vita propria: si trasformano a vista d’occhio. Instaurano un dialogo, vogliono un incontro, provocano una sensazione. Guardandole tutte insieme danno l’impressione di saltarti addosso, di toccarti. E tutto questo movimento “de sate” (di zampe) può far girare la testa, come capita a chi guardi a lungo il ritmo fisso, ossessivo, delle onde del mare sulla spiaggia.
Nel dicembre 1995 su invito dell’amministrazione Comunale di Sauris di Sopra i quarantacinque disegni delle mani vengono esposti al Centro Etnografico. E nel 1997 le mani si ritrovano citate in una pagina di “Microcosmi” (Garzanti) di Claudio Magris.
“Mani nodose di pescatore, nodi nel legno delle barche o nelle tavole su cui sono stati rovesciati caparossuli e granseole, nodi delle reti che si tuffano nell’acqua o delle funi che ormeggiano una barca: nelle incisioni di Dino Facchinetti ricorrono queste immagini di forza e di pazienza, apprese dai tempi lunghi e lenti delle acque, della fatica, del lavoro di generazioni. La poesia è pietas, umiltà - vicinanza all’humus lagunare, evocato in un’opera del 1991 - e fraterno piacere di vivere. Le acque di quell’humus immemoriale sono scure, la batela scivola tranquilla, la mano che la guida sa scolpire un volto scavato dagli anni, sbalzare il profilo di un paesaggio. Grado e la sua laguna hanno avuto chi le ha cantate con i colori o con la matita: gli sciroccali di De Grassi, i bragozzi di Coceani, gli argini e le onde di Auchentaller, che porta il nome dell’infelice contessina di Morgo. Quelle mani pazienti e nodose assomigliano alla ruvida bontà dei vecchi alberi; la vita antica di laguna suggerisce un’arte attenta alle cose, che si pone al servizio della realtà….”.
Sempre nel 1995 allestisce una personale a Vittoria in Spagna su invito della Caja Vital Kutxa nelle sale della Fondazione "Luis De Ajuria" con incisioni e opere a tecnica mista.


Nel luglio del 1996 la direzione dell'A.P.T. di Grado e Aquileia  gli offre la possibilità di esporre i suoi ultimi lavori con la tecnica del pastello su tavola. Tema della mostra "Vite Silenti".
Nel 1998 a Bagnacavallo espone le sue incisioni nell'ambito della rassegna ”Repertorio degli incisori italiani ( Edit Faenza).          Nella primavera del 1999 su invito dell’Assessorato alla Cultura  del Comune di Urbino (Marche) viene scelto con sue incisioni a partecipare alla mostra "Es-pressioni",  iniziativa dedicata in onore della lunga tradizione artistica dei Torchi Paolini  (Ravenna).                                
Nel 2001 espone nuovamente sue incisioni a Bagnacavallo nella rassegna ”Repertorio degli Incisori Italiani” (Edit Faenza) e nello stesso anno Facchinetti da alle stampe con la casa editrice Modiano (Trieste) ”Le Graisane, carte da gioco gradesi dai simboli prettamente marinari, in onore alla sua città.  “L’Isola del Sole scopre le sue carte”, titola il quotidiano “Il Piccolo”:
“… Ma perché inventare un mazzo di carte, se ne esistono già a bizzeffe? Semplicemente per cercare di ritrovare un’identità, una tradizione e una cultura ormai da tempo arenatasi davanti alla televisione, ai videogiochi, all’incomunicabiltà e all’incapacità di divertirsi con un gioco semplice come quello delle carte. Un piacere che, invece, andrebbe riscoperto, come quello d’incontrarsi e di comunicare. È questa la strana magia che può suscitare un mazzo di carte. (…) E poi queste carte «graisàne» non sono soltanto belle, ma possono contribuire ad aprire un dialogo, a creare un’armonia, a suscitare ricordi e a crearne di nuovi. E a portare in giro il nome di Grado”.  
Nel 2002 collabora con 23 tavole artistiche, esclusive, alla realizzazione del quinto volume della collana miti, fiabe e leggende del Friuli storico “Tere de Gravo e de Maran” (Chiandetti editore, Udine).
Nell’ottobre 2003 nell’ambito della terza edizione  de “la settimana della lingua italiana nel mondo”, organizzata dalla Farnesina con l’Accademia della Crusca, l’Istituto Italiano di Cultura di Zagabria, diretto da Flavio Andreis, ospita la mostra itinerante di 40 opere di Dino Facchinetti dal titolo ”Piscator Nauta”. La mostra è presentata dell’italianista croato Mladen Machiedo, con un intervento di Edda Serra sulla poesia e Biagio Marin.
La mostra si fa itinerante e approda a Spalato, nelle sale della sovrintendenza dei beni culturali, su concessione del direttore delle Belle Arti, Jasko Belamaric,  per  iniziativa del console Marco Nobili. E nell’autunno 2004 raggiunge anche Lubiana, ospite dell’Istituto Italiano di Cultura.                                        
Nel 2007 il comune di Saint Vallery (Francia), ospita nella sale della Maison Henri  IV, sotto la direzione di  Martine Lannoy, una raccolta di ottanta opere dal titolo “La Musa mia arriva …” (disegni, incisioni, olii, pastelli, acrilici e tecniche  miste). Accompagna il catalogo il testo critico di Tito Maniacco:
“… Il barco ha, nella sua minuziosa complessità, un elemento che è nello stesso tempo reale come la vuota cubìa dell'ancora e simbolicamente minaccioso come un occhio che veda verso l'esterno e che riversa nell'interno la sua visione magica del mondo.
È lo stemma gentilizio del pittore che è maestro d'ascia architetto muratore pescatore delle correnti e delle alte costellazioni che incombono su quel minuscolo punto dell'alto Adriatico su cui i romani misero una torre per controllare il mare degli illiri prima e degli uscocchi poi, s'ciavi insomma, sul cui fraseggiare, scrosciante e modulato sulla schiuma delle onde sulle alte scogliere dell'Istria e della Dalmazia, la gente di Dino elevò nei secoli, sgretolando e macinando l'argilla dei mattoni latini, quella lingua che è ancor oggi la sua lingua, la lingua del vecchio Biagio, frusciante come il vento sui canneti. [Il Gazzettino di Udine – 10/3/2007]
e un invito alla mostra di Renzo Sanson
E’ un altro mare, quello da cui arriva Facchinetti, ma possiede elementi comuni a tutti i mari dei mondo. Il più importante dei quali è la paziente tenace ricerca del giusto equilibrio tra opera viva e opera morta, della giusta armonia tra modernità e tradizione. Una linea di galleggiamento ideale, per navigare come si deve nel mare grande della vita.
Nel 2009 elabora il progetto per la realizzazione di un'opera musiva di grandi dimensioni raffigurante “el Barco”.  L'opera realizzata nella scuola di Mosaicisti di Spilinbergo da un gruppo di allievi con la supervisione degli insegnanti e la guida Dino Facchinetti sarà collocata in un contesto storico e culturale dell' Isola.                                                                                                                         
Da sempre Dino collabora con le scuole primarie e dell'infanzia, offrendo disponibilità per incontri di studio e di ricerca tecnica, realizzando a fine anno l'esposizione dei lavori. Scrive Marina Giovanelli:
… Facchinetti crede nella relazione tra persona e persona, nel fluire da una all’altra del sentimento e dell’emozione, anche quando va ad insegnare il colore ai bambini delle scuole, ai disabili, che poi lo chiamano «Dino, Dino!» vedendolo passare. Facchinetti ama la musica, vorrebbe una casa dove poter mettere tutti gli strumenti possibili e non solo l’armonica ereditata dal nonno e passata anche per le mani di suo padre. Facchinetti è terribilmente serio rispetto la vita, sente affetti e responsabilità fino nel profondo, e a un certo punto confessa: «Non mi diverto affatto a dipingere», per dire la fatica di raggiungere il cuore delle cose, e poi concludere che è comunque una strada di felicità in cui solamente trova realizzazione di sé…
[Il Nuovo Friuli 12/04/2004]

Ultimo aggiornamento Venerdì 14 Dicembre 2012 11:28

Grado 28 luglio 2012

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